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• venerdì 23 marzo 2007

I MIEI PRIMI GIORNI DI SCUOLA

 

Sono passati quasi cinquant’anni dal mio primo giorno di scuola, ma lo ricordo come se ciò fosse accaduto .. la scorsa settimana.

Uscivo da un triennio di asilo in cui mi ero divertito moltissimo, con una quantità di amici  che frequentavo anche fuori dagli orari di scuola. La maestra d’asilo era un’amica di famiglia e non mi ero mai posto il problema che la scuola elementare potesse essere differente.

Me ne accorsi il primo giorno quando, accompagnato dalla mamma davanti al palazzo che ospitava le prime classi elementari, mi preoccupai nel non vedere i soliti volti ad accogliermi.

Tutti i bimbi erano sul marciapiedi di fonte all’ingresso, e molti di loro piangevano disperati. Cominciai a preoccuparmi e chiesi alla mamma di riportarmi all’asilo. La risposta fu decisa ed inflessibile. Il tempo dell’asilo era finito. Ora c’era la scuola e non sarei più tornato indietro.

Quando suonò la campanella, nel vedere la mamma che si allontanava, scoppiai a piangere e cercai di raggiungerla, trattenuto dalle bidelle che si davano un gran daffare per contenere tutti i bimbi che volevano scappare.

La classe che ci ospitò, era una grandissima stanza, dove i banchi erano alti mobili di legno massiccio, composti da un ripiano largo e stretto, unito ad un sedile sempre in legno. Nel ripiano della scrivania, era stato praticato un foro che presto imparai a conoscere: doveva contenere il calamaio, un contenitore di vetro rotondo che veniva riempito dalla bidella, all’inizio della lezione, con inchiostro nero. Ogni mattina, la Gisa (così si chiamava la nostra bidella, una signora anziana con il viso dolcissimo da nonnina ed i capelli bianchi raccolti sulla nuca) veniva in classe prima dell’inizio delle lezioni, e riempiva i calamai di tutti i banchi versando l’inchiostro da una brocca di vetro.

Da casa avevamo portato l’astuccio (un contenitore di legno largo e piatto, con il coperchio che scorreva lungo due rotaie) che conteneva il necessario per la nostra lezione: una matita, un temperamatite, una gomma rossa e blu (dalla parte rossa cancellava la matita, dalla parte blu cancellava la penna) e una cannuccia di legno che terminava con un pezzetto di metallo. C’era poi una piccola scatola che conteneva i pennini. All’inizio della scuola eravamo autorizzati ad usarne di un solo tipo, di forma allungata. Erano pennini “duri” con la punta piatta, che servivano a tracciare linee grosse, regolari. Nel tempo e con la pratica, imparammo ad usare anche altri tipi di pennino, quelli a goccia con la punta fine, oppure arrotondata, quelli che erano molto preziosi e addirittura quelli che avevano la forma di una torre. Erano di color giallo oro e per noi erano proprio il massimo del lusso. Con quelli si potevano tracciare linee sottili ma anche grosse, e calcando sulla cannuccia, si potevano scrivere caratteri chiaroscuri, con uno splendido effetto ottico. Il premio per un bel voto si esprimeva (in casa mia) con la possibilità di acquisto di un pennino “a torre” da mostrare a tutti gli amici.

La scrittura con il pennino era molto difficile e per questo tardammo molto a cominciarne l’uso. Il problema stava nel fatto che occorreva infilare il pennino nell’alloggiamento di ferro della cannuccia, fissarlo bene e poi intingere (solo il pennino!) nell’inchiostro del calamaio. Ai principianti capitava spesso di intingere la cannuccia e perfino le dita nel nerissimo liquido!

 

Gli esperti sapevano che appena ritratto il pennino dal calamaio, una goccia sfuggiva subito dalla sua cima e per questo occorreva appoggiare leggermente la punta sul bordo del vetro per farla scivolar via prima che cadesse sul quaderno, producendo una macchia enorme dagli effetti spaventosi.

Per scrivere una parola, spesso accadeva di dover intingere il pennino due o tre volte nell’inchiostro, se non si era più che esperti.

Sul foglio, la scritta rimaneva umida e lucente per qualche minuto, per cui … guai a passarci sopra il braccio o la mano! Si sarebbe sparso l’inchiostro sulla superficie del foglio e addio compito! Per asciugare i compiti scritti “in bella copia”, come si usava dire per gli scritti definitivi che restavano sul quaderno, chiedevamo alla maestra di darci un foglio di carta assorbente che doveva essere appoggiata con grande attenzione sulla superficie del quaderno e leggermente pressata per assorbirne l’umidità. Un foglio di carta assorbente doveva servire per tutta la classe!

 Una materia di studio, quindi, era la calligrafia. La bella scrittura. Si facevano esercizi, si riempivano pagine e pagine dei quaderni di segni, lettere, simboli che divenivano segni sottili, poi ghirigori più marcati e riccioli vezzosi.

Oltre ai quaderni, ciò che maggiormente si sporcava con l’inchiostro e la cannuccia, erano le dita della mano destra. Il liquido spesso colava lungo la piccola asta ed andava a lambire le dita, spesso addirittura scivolando sul palmo della mano. Forse questa era la ragione per cui tutti i bimbi indossavano un grembiule nero. Era indispensabile per pulirsi da quel pasticcio! Alla fine delle lezioni, c’era la tragedia del lavaggio delle mani. Non bastava il sapone, neppure con tre o quattro lavaggi. Ricordo che in casa, nel bagno “dei bambini”, riservato a noi piccoli, c’era sempre un pezzo di pietra pomice che serviva per sfregare energicamente la pelle delle dita per togliere l’inchiostro secco. Finché si trattava dei polpastrelli, il lavoro era veloce e indolore. Ma quando eravamo riusciti a sporcarci il dorso della mano… allora erano dolori! La pietra provocava delle vere abrasioni dolorose! Ma ai bimbi non era permesso andare a tavola con le mani macchiate!

 

Il mio primo quaderno aveva la copertina nera e le pagine di color giallino. Mi ricordo che il bordo del quaderno era dipinto di rosso. Si usava solo un quaderno per volta ed in esso venivano annotate tutte le lezioni.

La mia maestra si chiamava Lidia, ed era una bella donna, dai modi energici e dalla voce squillante.

Per sua fortuna, aggiungo ora. Certo, perché in quegli anni del dopo guerra, tutte le famiglie avevano messo al mondo un gran numero di bambini. Finiti i periodi bui della fame e del pericolo, l’Italia si era svegliata con una gran voglia di fare, di rinascere. Per questo, le classi erano molto numerose. In prima elementare, noi eravamo in cinquantadue. E la maestra lavorava da sola.

Ricordo che quando entrava, il suo primo gesto nell’avvicinarsi alla cattedra era di andare alla finestra e spalancarla.

Poi procedeva all’appello (prima di chiamare tutti, ci metteva una buona decina di minuti) ed infine, chiusa la finestra, prendeva dall’armadio un grosso flacone di acqua di colonia e con lo spruzzatore vaporizzava a dritta e a manca. Compiuto il rito della profumazione della classe, potevano aver inizio le lezioni.

 

 

La nostra, poi, era una scuola molto speciale. Si trattava dell’unica scuola ebraica di Milano. Una scuola alla quale si iscrivevano i bimbi di religione ebraica.

Per noi ebrei, nati da genitori che erano scampati ai campi di sterminio, erano sfuggiti dalla barbarie nazi-fascista, quella scuola era un primo importante segno del ritorno alla normalità.

I nostri genitori ed i loro parenti pochi anni prima, erano stati cacciati dalle scuole, ma anche dal lavoro, dagli uffici pubblici a causa della loro fede religiosa. Molti erano stati imprigionati, picchiati, deportati nei campi di sterminio. Moltissimi  non avevano più fatto ritorno.

Dopo la liberazione, alcune famiglie erano tornate nelle loro case (o in quello che ne era rimasto, spesso devastato dalla cattiveria umana, derubati di ogni avere)  ma la comunità degli ebrei era diventata molto piccola. Occorreva riunirsi, ritrovarsi in un luogo comune per contarsi, incontrarsi, fondare nuove famiglie.

Così avevano fatto i miei genitori che si erano conosciuti in un campo di internamento in Svizzera, dopo essere sfuggiti per un vero miracolo alla cattura da parte dei tedeschi e dei fascisti.

Tornati a Milano, si erano subito sposati ed avevano nuovamente aderito alla comunità ebraica, ritrovando quei pochi amici che avevano fatto ritorno.

Con la generazione di mio fratello maggiore, la scuola ebraica aveva riaperto le aule in un piccolo palazzo che si trovava in via Nievo, a Milano. Poi le scuole materne avevano trovato posto in un altro palazzo in via Eupili, mentre la comunità aveva iniziato i lavori per la costruzione della grande e bella scuola Sally Mayer, in via Soderini.

La mia generazione di secondi figli era quella che sperimentava. Il primo anno in via Nievo, il secondo in via Eupili e dal quarto anno, nella nuova scuola.

 

Ma per gli ebrei non c’è mai stata una vera pace. Chiuso il terribile periodo dell’olocausto, si aprì quasi simultaneamente un’altra triste epopea: quella della cacciata e della deportazione dai paesi arabi. Tutti gli ebrei che vi risiedevano furono improvvisamente avvisati che in meno di 48 ore avrebbero dovuto lasciare il paese – senza portare nulla con sé – pena la prigione.

Fu così che, a ondate progressive, la nostra classe si gonfiò di allievi provenienti dai paesi arabi, bambini spauriti e tristi che non parlavano la nostra lingua, divenuti improvvisamente poverissimi perché i loro genitori erano stati privati di ogni ricchezza per aver salva la vita.

La classe ospitava bimbi italiani, ma anche egiziani, libici, libanesi, siriani. Bimbi dolcissimi con grandi occhi neri spaventati, dalla pelle olivastra, si univano a noi, nei giochi in cortile durante l’intervallo.

Giocavamo con le grosse biglie di plastica con l’immagine dei calciatori e più avanti nel tempo, con le figurine degli animali.

I nuovi bimbi imparavano presto a parlare italiano, ognuno con una inflessione differente, che dipendeva dal paese di origine.

C’erano nomi che non avevamo mai sentito: c’erano Shlomo, Moussi, Yasha, Gad, Gadi, ma anche Simon, Daisy, Monique, e tanti altri. Restavano con noi qualche mese e poi, riannodati i legami con la famiglia d’origine (spesso negli Stati Uniti, ma anche in Francia, Spagna e Belgio) partivano per costruire altrove la loro vita. Molti di loro, stanchi di un continuo pellegrinaggio marcato da odio e sofferenza, si rivolgevano al neo-nato stato di Israele, che era pronto ad accoglierli.

Una frase ricorrente nelle preghiere degli ebrei, è l’augurio di trovarsi l’anno successivo tutti in terra di Israele, a Gerusalemme. Queste persone, nel loro lungo cammino, avevano finalmente trovato il modo di ritrovarsi nella terra dei Padri.

 

Eravamo parte di un mondo multietnico, e non ce n’eravamo neppure accorti. Ci univa la sola religione comune. Ci divideva tutto il resto: il paese di provenienza (e con esso, le tradizioni) il colore della pelle, la lingua, le usanze.

Abbiamo bevuto dallo stesso biberon il latte della tolleranza, della pacifica convivenza.

Abbiamo cantato tutti insieme “Fratelli d’Italia” (era ben divertente sentire voci di bimbi di etnie tanto differenti unirsi in coro a cantare –come un sol uomo- l’inno nazionale italiano) e subito dopo intonare le dolci e tristi note di “Ha-Tiqva”, l’inno dello stato di Israele, la terra promessa.

La maestra Lidia continuava ogni giorno il suo infaticabile mestiere di insegnante, cercando di farsi comprendere da chi non parlava la lingua, facendosi aiutare da interpreti improvvisati.

E il venerdi, terminate le lezioni  in vista del sabato ebraico di riposo, la maestra spesso portava un dono a tutta la classe: il pane del sabato. Si trattava di una morbida treccia di pane al latte, profumata e dal sapore dolce, che la maestra, rinnovando la tradizione delle famiglie ebraiche che di sabato non potevano lavorare (quindi neppure panificare), spezzava davanti a tutti noi, riservandone un pezzettino per ciascuno. Poco più che una briciola, ma quanto era buona!

E che festa facevamo quando sotto il tovagliolo candido, la Gisa nascondeva una seconda forma di pane, quando la classe era troppo numerosa!

di chicco52, 23:09
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