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• mercoledì 29 agosto 2007
Ciao!
Guardavo la copertina di Panorama, pubblicizzata con enfasi dalle reti Mediaset. Il solito faccione di Prodi, con un chiaro atto di accusa:più tasse per tutti, con un sorriso beffardo del nostro primo ministro.
Voi state faticando a mettere insieme i programmi zigzagando tra le insidie della par condicio, mentre questi furbacchioni tirano fuori la solita menata delle tasse - guarda un po' - proprio in concomitanza delle elezioni, in modo che in tutte le edicole italiane campeggi in bella mostra questa sporca pubblicità elettorale.Chi andrà a votare, capiterà davanti all'edicola di quartiere, dove saranno esposte molte copie di questa rivista, con il principale scopo di far crescere la rabbia ed orientare il voto. E poi qualcuno vorrebbe insabbiare l'indispensabile legge sul conflitto di interesse.. vedete dove siamo arrivati? C'è un'evidente disparità tra le capacità del centrosinistra (o meglio centro centrista, visto che di sinistra non c'è rimasto niente) e il centro destra, a proposito di programmazione, intuizione di soluzioni mediatiche, bombardamento pubblicitario e promozionale. Berlusca attacca e nessuno risponde. Berlusca strilla e questi tacciono. "Lascia fare", dicevano i nonni quando ci lamentavamo delle prese in giro dei nostri compagni di scuola, "che tanto la smettono da soli". Ecco. Prodi si comporta così. Lascia fare e pensa che Silvio la smetta. E invece lui segna punti. Ha interi staff che gli scompongono la giornata in pixel, ci aggiungono messaggi subliminali, (che lui coglie in modo sempre sbagliato) e glie la proiettano davanti ai suoi passi. Tutta composta di buone azioni, sorrisi rassicuranti, frasi ad effetto. E la nostra società, plasmata sul modello propagato dalla sue televisioni, ci si ritrova, si rinvigorisce. Freme tutta d'orgoglio per quest'uomo che si è fatto da solo. Quanto ho voglia di andare da Prodi e dargli un bel pizzicotto sulle guanciotte e dirgli: "alùra? Quando cominci a combattere con le sue armi? Sparane qualcuna grossa, dicci - che ne so - che ha quattro dita per piede...che ha un chip nascosto sotto la parrucca con un piccolo altoparlante inserito direttamente nel timpano per avere in diretta i sondaggi di popolarità.. Che Bondi si veste da camerierina per portare al Silvio la camomilla che lo fa dormire sonni tranquilli...Tanto poi hai tutto il tempo per smentire. Ma fai qualcosa, fai vedere che respiri!"
Mah.. domani c'è il voto. Dopodomani le polemiche. Martedì le dichiarazioni. Mercoledi le smentite. Giovedì una notizia fragorosa che distoglie l'attenzionet. Venerdì qualche giornale aggiunge alcool sul fuoco. Sabato ci si ridimensiona. Qualche buona notizia di politica estera, un dato confortante di economia interna. Domenica.. no, domenica è il giorno del Signore. Non si litiga, si ascolta in religioso silenzio l'ennesimo sproloquio del Papa, che attacca, inveisce, redarguisce. Ma lo fa con una voce ed un tono così particolari, che viene voglia di chiudere gli occhi e riaprirli aspettandoci di vedere l'immagine di Lopez che lo sta imitando. Beati noi che non abbiamo altro a cui pensare!
Perché l'ho raccontato a te? Così, perché mi fa piacere sapere che la pensi come me.
Con molta stima e gratitudine
Federico Albert
di chicco52, 08:19
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• venerdì 23 marzo 2007

I MIEI PRIMI GIORNI DI SCUOLA

 

Sono passati quasi cinquant’anni dal mio primo giorno di scuola, ma lo ricordo come se ciò fosse accaduto .. la scorsa settimana.

Uscivo da un triennio di asilo in cui mi ero divertito moltissimo, con una quantità di amici  che frequentavo anche fuori dagli orari di scuola. La maestra d’asilo era un’amica di famiglia e non mi ero mai posto il problema che la scuola elementare potesse essere differente.

Me ne accorsi il primo giorno quando, accompagnato dalla mamma davanti al palazzo che ospitava le prime classi elementari, mi preoccupai nel non vedere i soliti volti ad accogliermi.

Tutti i bimbi erano sul marciapiedi di fonte all’ingresso, e molti di loro piangevano disperati. Cominciai a preoccuparmi e chiesi alla mamma di riportarmi all’asilo. La risposta fu decisa ed inflessibile. Il tempo dell’asilo era finito. Ora c’era la scuola e non sarei più tornato indietro.

Quando suonò la campanella, nel vedere la mamma che si allontanava, scoppiai a piangere e cercai di raggiungerla, trattenuto dalle bidelle che si davano un gran daffare per contenere tutti i bimbi che volevano scappare.

La classe che ci ospitò, era una grandissima stanza, dove i banchi erano alti mobili di legno massiccio, composti da un ripiano largo e stretto, unito ad un sedile sempre in legno. Nel ripiano della scrivania, era stato praticato un foro che presto imparai a conoscere: doveva contenere il calamaio, un contenitore di vetro rotondo che veniva riempito dalla bidella, all’inizio della lezione, con inchiostro nero. Ogni mattina, la Gisa (così si chiamava la nostra bidella, una signora anziana con il viso dolcissimo da nonnina ed i capelli bianchi raccolti sulla nuca) veniva in classe prima dell’inizio delle lezioni, e riempiva i calamai di tutti i banchi versando l’inchiostro da una brocca di vetro.

Da casa avevamo portato l’astuccio (un contenitore di legno largo e piatto, con il coperchio che scorreva lungo due rotaie) che conteneva il necessario per la nostra lezione: una matita, un temperamatite, una gomma rossa e blu (dalla parte rossa cancellava la matita, dalla parte blu cancellava la penna) e una cannuccia di legno che terminava con un pezzetto di metallo. C’era poi una piccola scatola che conteneva i pennini. All’inizio della scuola eravamo autorizzati ad usarne di un solo tipo, di forma allungata. Erano pennini “duri” con la punta piatta, che servivano a tracciare linee grosse, regolari. Nel tempo e con la pratica, imparammo ad usare anche altri tipi di pennino, quelli a goccia con la punta fine, oppure arrotondata, quelli che erano molto preziosi e addirittura quelli che avevano la forma di una torre. Erano di color giallo oro e per noi erano proprio il massimo del lusso. Con quelli si potevano tracciare linee sottili ma anche grosse, e calcando sulla cannuccia, si potevano scrivere caratteri chiaroscuri, con uno splendido effetto ottico. Il premio per un bel voto si esprimeva (in casa mia) con la possibilità di acquisto di un pennino “a torre” da mostrare a tutti gli amici.

La scrittura con il pennino era molto difficile e per questo tardammo molto a cominciarne l’uso. Il problema stava nel fatto che occorreva infilare il pennino nell’alloggiamento di ferro della cannuccia, fissarlo bene e poi intingere (solo il pennino!) nell’inchiostro del calamaio. Ai principianti capitava spesso di intingere la cannuccia e perfino le dita nel nerissimo liquido!

 

Gli esperti sapevano che appena ritratto il pennino dal calamaio, una goccia sfuggiva subito dalla sua cima e per questo occorreva appoggiare leggermente la punta sul bordo del vetro per farla scivolar via prima che cadesse sul quaderno, producendo una macchia enorme dagli effetti spaventosi.

Per scrivere una parola, spesso accadeva di dover intingere il pennino due o tre volte nell’inchiostro, se non si era più che esperti.

Sul foglio, la scritta rimaneva umida e lucente per qualche minuto, per cui … guai a passarci sopra il braccio o la mano! Si sarebbe sparso l’inchiostro sulla superficie del foglio e addio compito! Per asciugare i compiti scritti “in bella copia”, come si usava dire per gli scritti definitivi che restavano sul quaderno, chiedevamo alla maestra di darci un foglio di carta assorbente che doveva essere appoggiata con grande attenzione sulla superficie del quaderno e leggermente pressata per assorbirne l’umidità. Un foglio di carta assorbente doveva servire per tutta la classe!

 Una materia di studio, quindi, era la calligrafia. La bella scrittura. Si facevano esercizi, si riempivano pagine e pagine dei quaderni di segni, lettere, simboli che divenivano segni sottili, poi ghirigori più marcati e riccioli vezzosi.

Oltre ai quaderni, ciò che maggiormente si sporcava con l’inchiostro e la cannuccia, erano le dita della mano destra. Il liquido spesso colava lungo la piccola asta ed andava a lambire le dita, spesso addirittura scivolando sul palmo della mano. Forse questa era la ragione per cui tutti i bimbi indossavano un grembiule nero. Era indispensabile per pulirsi da quel pasticcio! Alla fine delle lezioni, c’era la tragedia del lavaggio delle mani. Non bastava il sapone, neppure con tre o quattro lavaggi. Ricordo che in casa, nel bagno “dei bambini”, riservato a noi piccoli, c’era sempre un pezzo di pietra pomice che serviva per sfregare energicamente la pelle delle dita per togliere l’inchiostro secco. Finché si trattava dei polpastrelli, il lavoro era veloce e indolore. Ma quando eravamo riusciti a sporcarci il dorso della mano… allora erano dolori! La pietra provocava delle vere abrasioni dolorose! Ma ai bimbi non era permesso andare a tavola con le mani macchiate!

 

Il mio primo quaderno aveva la copertina nera e le pagine di color giallino. Mi ricordo che il bordo del quaderno era dipinto di rosso. Si usava solo un quaderno per volta ed in esso venivano annotate tutte le lezioni.

La mia maestra si chiamava Lidia, ed era una bella donna, dai modi energici e dalla voce squillante.

Per sua fortuna, aggiungo ora. Certo, perché in quegli anni del dopo guerra, tutte le famiglie avevano messo al mondo un gran numero di bambini. Finiti i periodi bui della fame e del pericolo, l’Italia si era svegliata con una gran voglia di fare, di rinascere. Per questo, le classi erano molto numerose. In prima elementare, noi eravamo in cinquantadue. E la maestra lavorava da sola.

Ricordo che quando entrava, il suo primo gesto nell’avvicinarsi alla cattedra era di andare alla finestra e spalancarla.

Poi procedeva all’appello (prima di chiamare tutti, ci metteva una buona decina di minuti) ed infine, chiusa la finestra, prendeva dall’armadio un grosso flacone di acqua di colonia e con lo spruzzatore vaporizzava a dritta e a manca. Compiuto il rito della profumazione della classe, potevano aver inizio le lezioni.

 

 

La nostra, poi, era una scuola molto speciale. Si trattava dell’unica scuola ebraica di Milano. Una scuola alla quale si iscrivevano i bimbi di religione ebraica.

Per noi ebrei, nati da genitori che erano scampati ai campi di sterminio, erano sfuggiti dalla barbarie nazi-fascista, quella scuola era un primo importante segno del ritorno alla normalità.

I nostri genitori ed i loro parenti pochi anni prima, erano stati cacciati dalle scuole, ma anche dal lavoro, dagli uffici pubblici a causa della loro fede religiosa. Molti erano stati imprigionati, picchiati, deportati nei campi di sterminio. Moltissimi  non avevano più fatto ritorno.

Dopo la liberazione, alcune famiglie erano tornate nelle loro case (o in quello che ne era rimasto, spesso devastato dalla cattiveria umana, derubati di ogni avere)  ma la comunità degli ebrei era diventata molto piccola. Occorreva riunirsi, ritrovarsi in un luogo comune per contarsi, incontrarsi, fondare nuove famiglie.

Così avevano fatto i miei genitori che si erano conosciuti in un campo di internamento in Svizzera, dopo essere sfuggiti per un vero miracolo alla cattura da parte dei tedeschi e dei fascisti.

Tornati a Milano, si erano subito sposati ed avevano nuovamente aderito alla comunità ebraica, ritrovando quei pochi amici che avevano fatto ritorno.

Con la generazione di mio fratello maggiore, la scuola ebraica aveva riaperto le aule in un piccolo palazzo che si trovava in via Nievo, a Milano. Poi le scuole materne avevano trovato posto in un altro palazzo in via Eupili, mentre la comunità aveva iniziato i lavori per la costruzione della grande e bella scuola Sally Mayer, in via Soderini.

La mia generazione di secondi figli era quella che sperimentava. Il primo anno in via Nievo, il secondo in via Eupili e dal quarto anno, nella nuova scuola.

 

Ma per gli ebrei non c’è mai stata una vera pace. Chiuso il terribile periodo dell’olocausto, si aprì quasi simultaneamente un’altra triste epopea: quella della cacciata e della deportazione dai paesi arabi. Tutti gli ebrei che vi risiedevano furono improvvisamente avvisati che in meno di 48 ore avrebbero dovuto lasciare il paese – senza portare nulla con sé – pena la prigione.

Fu così che, a ondate progressive, la nostra classe si gonfiò di allievi provenienti dai paesi arabi, bambini spauriti e tristi che non parlavano la nostra lingua, divenuti improvvisamente poverissimi perché i loro genitori erano stati privati di ogni ricchezza per aver salva la vita.

La classe ospitava bimbi italiani, ma anche egiziani, libici, libanesi, siriani. Bimbi dolcissimi con grandi occhi neri spaventati, dalla pelle olivastra, si univano a noi, nei giochi in cortile durante l’intervallo.

Giocavamo con le grosse biglie di plastica con l’immagine dei calciatori e più avanti nel tempo, con le figurine degli animali.

I nuovi bimbi imparavano presto a parlare italiano, ognuno con una inflessione differente, che dipendeva dal paese di origine.

C’erano nomi che non avevamo mai sentito: c’erano Shlomo, Moussi, Yasha, Gad, Gadi, ma anche Simon, Daisy, Monique, e tanti altri. Restavano con noi qualche mese e poi, riannodati i legami con la famiglia d’origine (spesso negli Stati Uniti, ma anche in Francia, Spagna e Belgio) partivano per costruire altrove la loro vita. Molti di loro, stanchi di un continuo pellegrinaggio marcato da odio e sofferenza, si rivolgevano al neo-nato stato di Israele, che era pronto ad accoglierli.

Una frase ricorrente nelle preghiere degli ebrei, è l’augurio di trovarsi l’anno successivo tutti in terra di Israele, a Gerusalemme. Queste persone, nel loro lungo cammino, avevano finalmente trovato il modo di ritrovarsi nella terra dei Padri.

 

Eravamo parte di un mondo multietnico, e non ce n’eravamo neppure accorti. Ci univa la sola religione comune. Ci divideva tutto il resto: il paese di provenienza (e con esso, le tradizioni) il colore della pelle, la lingua, le usanze.

Abbiamo bevuto dallo stesso biberon il latte della tolleranza, della pacifica convivenza.

Abbiamo cantato tutti insieme “Fratelli d’Italia” (era ben divertente sentire voci di bimbi di etnie tanto differenti unirsi in coro a cantare –come un sol uomo- l’inno nazionale italiano) e subito dopo intonare le dolci e tristi note di “Ha-Tiqva”, l’inno dello stato di Israele, la terra promessa.

La maestra Lidia continuava ogni giorno il suo infaticabile mestiere di insegnante, cercando di farsi comprendere da chi non parlava la lingua, facendosi aiutare da interpreti improvvisati.

E il venerdi, terminate le lezioni  in vista del sabato ebraico di riposo, la maestra spesso portava un dono a tutta la classe: il pane del sabato. Si trattava di una morbida treccia di pane al latte, profumata e dal sapore dolce, che la maestra, rinnovando la tradizione delle famiglie ebraiche che di sabato non potevano lavorare (quindi neppure panificare), spezzava davanti a tutti noi, riservandone un pezzettino per ciascuno. Poco più che una briciola, ma quanto era buona!

E che festa facevamo quando sotto il tovagliolo candido, la Gisa nascondeva una seconda forma di pane, quando la classe era troppo numerosa!

di chicco52, 23:09
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• lunedì 25 dicembre 2006

MARGHERITA

Dedicato a Valeria: questa è la storia del tuo arrivo.

 

La prima notizia che ho avuto di te, è giunta nel tardo pomeriggio del 10 gennaio 1998, quando la mamma, fingendo indifferenza (ma io riesco sempre a capire quando finge) mi ha suggerito di andare a comperare il test di gravidanza, visto che il suo ritardo era ormai esagerato.

Per dirlo lei, che generalmente accennava ai suoi ritardi con una finta preoccupazione,  sapendo perfettamente che non c’era da preoccuparsi affatto, era davvero qualcosa di sicuro.

Forse non avevo ben realizzato, forse non ricordavo il giorno in cui, in un impeto di amore focoso avevo lasciato scorrazzare liberi i miei semini nel suo corpo, avevo dato poca importanza a questo evento.

Avevamo parlato così tanto di un nuovo figlio, che persino l’oroscopo si era adeguato ai nostri desideri, e ci aveva predetto una nascita nel 1998.

Ma nonostante questo, non ero ancora convinto. Entrato quasi per scherzo in farmacia, ne uscii con la scatoletta del test,  e la portai in fretta a casa, per poi dimenticarla.

Quando, alle cinque del mattino successivo la mamma mi chiese solennemente di alzarmi per controllare con lei il risultato del test, acconsentii insonnolito.  Pensavo ancora che  si sarebbe risolto in una levataccia, e che in pochi minuti saremmo tornati a letto, tranquilli.

Dopo poco, invece, leggendo sulla finestrella del marchingegno di plastica la tua inequivocabile presenza, mi svegliai completamente e presi consapevolezza di quel che ormai era successo.  Sarei diventato di nuovo padre, e da quell’istante per tutta la vita (la tua, la mia), ti avrei avuto nel cuore.

E’ in questi casi che la gioia immensa riesce a fondersi ad una preoccupazione pungente, fino a disturbare i pensieri. Un rapido calcolo delle finanze, una valutazione degli spazi abitativi, un veloce pensiero a tutti i parenti ed amici che sicuramente ci avrebbero dato dei pazzi per ricominciare l’avventura di un figlio a tanto tempo di distanza dall’ultimo. Tutto questo seguì allo sguardo alla provetta, mentre abbracciavo la mamma e le auguravo con tutto il cuore un magnifico viaggio con te.

Che invidia, che senso di impotenza provavo al pensiero che  ora eri aggrappata al suo ventre, e ti lasciavi cullare dai suoi movimenti, accompagnata dai rumori rassicuranti del suo corpo, e che solo da tanto lontano ti giungeva il suono della mia vita che vi sfiorava senza mai partecipare veramente al vostro gioco!

Ed eccomi ancora una volta spettatore di un evento straordinario.

Fin dal primo giorno, hai provocato nella mamma un forte senso di nausea, accompagnata da vomito continuo. Che bella reazione, penserai ora. E invece no. E’ solo una faccenda di ormoni, qualcosa che i ginecologi hanno ascoltato con aria di sufficienza, e  liquidato sbrigativamente con qualche bustina di Biochetasi.

Ma la mamma non riusciva neppure a berne una di quelle bustine. Il sapore troppo dolce la rispediva in bagno, da cui era appena giunta.  Viveva relegata in casa, da cui usciva tra un conato e l’altro per accompagnare Daniele a scuola.

La sensazione della prima tregua, è giunta un sabato di tre settimane più tardi, quando decidemmo eroicamente di allontanarci da casa per andare al cinema, e vedere in prima visione il film “Titanic”.  In quell’occasione, tra una lacrima di commozione ed un tirar su di naso, la mamma scoprì la “cura pop-corn” per donne  gravide e vomitose.  Per la prima volta dalla tua comparsa, tua madre riuscì a trascorrere tre ore tranquille, in compagnia di un enorme sacco di pop corn. Tanto che alla fine dello spettacolo, per la gioia di vederla ancora star bene, ne comperai un altro saccone ed appena giunti a casa ne feci un’enorme quantità con la nostra macchinetta. Purtroppo la magia non si ripeté, e tutti quei chicchi di grano scoppiato finirono nel ventre capace di tuo fratello.

Ma intanto, MammaLu aveva avuto la certezza che qualcosa (una cosa qualunque, forse) avrebbe potuto interrompere almeno per un po’ la sua nausea.

Ci affrettammo a prendere appuntamento con la ginecologa della USL, affidando per la prima volta alle strutture pubbliche la cura ed il compito di seguire la gravidanza della mamma fino al termine.

La dottoressa Bruna Bizioli che visitò la mamma, rigorosamente in mia presenza (non lascio che qualcuno venga in contatto con voi senza che anch’io sia presente)  ironizzò sul fatto che quattro figli sono tanti.. per la mamma. Come se, a parte i nove mesi di gravidanza ed i cinque che seguono per l’allattamento, tutto il resto della tua vita non fosse ugualmente ripartito tra la mamma e me.

Dicono che i padri sono indifferenti. Che non si preoccupano delle faccende dei nascituri. Beh, i casi sono due: o io non sono un padre oppure loro sono poco informati. Esistono anche i padri che si interessano ai figli, e che ne fanno una ragione di vita. E di questo, ti accorgerai con il tempo.

Devi sapere che fin dall’inizio della gravidanza, tua madre non ha più potuto ingerire carne, senza provare dolori di stomaco e forte senso di pesantezza. Ed il pomodoro, crudo, cotto ed in qualsiasi forma, le ha sempre causato disturbi e nausea. Quindi, se nel tuo futuro non ci sarà un posto privilegiato per carne e pomodoro, capiremo il perché.

Silvia Antelli, amica della mamma e madre a sua volta di tre maschi, ha appena concluso la sua maternità mettendo al mondo un maschio. Da lei sono giunte le informazioni utili per il prosieguo della gravidanza, e la raccomandazione di affidarci alle cure di un medico di Milano che avrebbe cercato eventuali malattie ereditarie o gravi problemi genetici nella placenta che ti alimenta.  Nel tristissimo caso che qualcosa di storto si dovesse verificare, beh… meglio non pensarci.

Dopo la prima visita dalla ginecologa della mutua, siamo andati a fare la prima ecografia per guardarti un po’ e stabilire la data del prelievo dei campioni di tessuto per le analisi.

Tutto è successo verso la metà di febbraio, quando avevi nove settimane e quattro giorni.

Parlo con te al femminile, perché anche se non sappiamo per certo che sei una bimba, la dottoressa ha scommesso sul tuo sesso. Ed io le ho creduto. Niente in contrario anche se sei un maschio. Ci divertiremo un mondo, insieme.

Quando il dottore ha iniziato a cercarti con l’arnese dell’ecografia sul ventre della mamma, io con gli occhi seguivo l’operazione sul monitor nero accanto al lettino.

Dopo un paio di passaggi, ho visto bene e scuro il sacco amniotico, e tu, piccola creatura, piccina ma già in movimento, eri in basso con gambe e braccia ben evidenti.

Il dottore ha anche trovato un piccolo fibroma nell’utero della mamma, ed ha sostenuto che non sarà un problema per la gravidanza.  Ci sarà, accanto a te, un’ingombrante ed oscura presenza. Un pezzetto della mamma che si è ribellato al resto del corpo.  I medici dicono che è possibile che si ritiri, fino a sparire al termine della gravidanza. Noi ci contiamo.

 

Sono passate due settimane, e stamattina ti abbiamo nuovamente cercato con l’ecografia.  E’ stata una magnifica sorpresa il vederti ingrandita, quasi del doppio in soli quindici giorni. Anche la mamma, questa volta, ha potuto vederti. Sei distesa nel tuo sacco amniotico, e già ne occupi una gran parte.

Pensa ai casi della vita! Il medico che ha assistito al prelievo della placenta, era un mio vecchio compagno di scuola, che non vedevo da trenta anni!

I dottori non si sono ancora pronunciati sul tuo sesso: dovremo aspettare ventuno giorni per avere notizie certe. Intanto, la mamma ha chiesto se fosse possibile già adesso avvertire i tuoi movimenti nella pancia. I medici hanno risposto affermativamente.

Oggi inizia il diario della tua storia. Di giorno in giorno noterò i cambiamenti ed appena il tempo me lo permetterà, li scriverò. Chissà che dal racconto del periodo precedente la tua nascita, qualcosa possa esserti utile per la tua vita futura.

10 marzo 1998. Oggi siamo andati a trovare la dottoressa della USL che segue la gravidanza della mamma. Ha letto la cartella e dato un’occhiata alle tue ecografie. Non ci sono sostanziali novità . Tua madre dovrebbe mangiare più carne, visto che una sola volta alla settimana, non basta.

Tra le cose carine che sono successe, c’è stato il battito del tuo cuore, amplificato da un apparecchietto bianco. Hai un cuore portentoso, che batte forte e rapido. Buon segno.

Dobbiamo prendere appuntamento per la prossima ecografia per la fine di aprile. In tutto questo tempo, mentre aspetteremo di vederti ingrandita nella pancia della mamma, appoggerò tutte le sere la testa sul ventre che ti racchiude, ed attenderò con ansia di sentire i tuoi movimenti ed i tuoi rumori.

Ho provato adesso un marchingegno per amplificare il suono dei battiti cardiaci. Risultato: quasi zero. Non sono riuscito ad amplificare neppure i miei battiti, figuriamoci i tuoi. Troverò un altro sistema.

Per oggi, basta.

 

12 aprile 1998

Piccola mia, oggi mi rimetto a scrivere, dopo aver passato un periodo veramente difficile. Ci siamo lasciati che stavamo attendendo le analisi cromosomiche, per determinare delle eventuali anomalie.

Trascorsi i dodici giorni che ci avevano chiesto di attendere per avere il primo esito, abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Non ricevendo alcuna telefonata, significava che non avevano riscontrato alcun problema, e che tu eri sana.

E invece, dopo qualche giorno, quando ormai ritenevamo di essere in salvo, ricevo una telefonata dall'ospedale. Era il dottore che mi informava che avevano riscontrato una strana anomalia cromosomica, e che avremmo dovuto andare a parlare con lui il lunedì successivo. Pensa un po': era venerdì pomeriggio ed abbiamo trascorso tre giorni nell'angoscia. Abbiamo pensato a tutto ed al contrario di tutto. E quando finalmente lunedì è arrivato, siamo giunti all'appuntamento all'ospedale con almeno un'ora di anticipo. Volevamo sapere a tutti i costi quello che stava succedendo.

Per nostra fortuna, la dottoressa genetista che aveva il compito di parlare con noi e spiegarci l'accaduto, era una persona molto calma e comprensiva. E' partita con un discorso tranquillo, un tono di voce tranquillizzante, ed alla fine della conversazione, eravamo tutt'e due rassicurati.

Senti cosa avevano trovato. Questo, potrà esserti utile in futuro, visto che queste analisi cromosomiche diverranno certamente molto comuni.

Prima di tutto ci ha raccontato che sei una femmina. Ma questo lo supponevamo già. Ed abbiamo deciso che ti chiameremo Valeria. Margherita è stato bocciato da tutti gli altri famigliari, ed è emersa l'unanimità per Valeria. E' un nome bellissimo, ed abbiamo cominciato a chiamarti così, anche quando parliamo di te. E quando parliamo con te. che ti muovi continuamente nel tuo involucro, provocando contrazioni nel ventre della mamma.

Poi la dottoressa ci ha raccontato che nell'analisi dei cromosomi, hanno riscontrato che nella coppia 23 c'è  un frammento del cromosoma sessuale Y (quello maschile) che è finito nella parte silente. Quella non attiva, per cui non dovresti avere problemi di sessualità, ma se ci fosse anche una minuscola parte attiva, allora ci sarebbero delle anomalie sessuali. Tutto questo, a meno che il pezzo di cromosoma "traslato" non faccia parte del patrimonio genetico di uno di noi due, per cui il problema non esisterebbe.

E da quel momento, dopo aver prelevato il nostro sangue per fare nuove analisi, i dottori hanno cercato di indagare nei nostri cromosomi. E guarda un po' cosa è saltato fuori? Dopo una settimana di attesa abbiamo saputo che la mamma aveva questa caratteristica cromosomica, e che quindi tu non avrai alcun problema. Ti troverai nella stessa situazione di tua madre e delle tue sorelle, che non hanno alcun problema sessuale.

Meno male, scampato pericolo, ora navighiamo in acque sicure. Siamo tornati dalla ginecologa del Consultorio, che sta seguendo la mamma per tutta la gravidanza, e siamo stati informati che le tue caratteristiche sono ottime, dimensioni nella norma (forse l'utero è un po' più grande del normale, ma non c'è niente da preoccuparsi).

Ora aspettiamo il 29 aprile per l'ultima ecografia relativa alla diagnosi prenatale. Dopo questa, se tutto sarà nella norma, le prossime ecografie avranno solo lo scopo di controllare la tua posizione, quella della placenta e verificare se via via che prosegue la gravidanza tutto marcia secondo la regola.

Ora la mamma sta diventando sempre più grossa. Tutti i giorni a tutte le ore ci fa vedere i movimenti sulla sua pancia, perché ti agiti enormemente. Il movimento si vede a occhio nudo, e spesso passiamo dei minuti con l'orecchio attaccato alla pancia per sentire anche i tuoi rumori. Io ti parlo spesso, e credo che la mia voce da trombone ti arrivi benissimo dentro il pancione. Credo che tra poco inizierò a cantarti la ninna nanna, per farti trovare qualcosa di conosciuto quando uscirai all'aperto.

E' bene che cominciamo ad annotare i tuoi periodi di veglia e di insonnia.

Durante la notte ti svegli verso mezzanotte (quando andiamo a letto) e stai sveglia un bel po'. Al mattino dormi fino a tardi, ma appena ti svegli non c'è verso di farti stare tranquilla.

Le caratteristiche alimentari della dieta della mamma, non sono cambiate. Non sopporta ancora il pomodoro, il cioccolato ed i dolci in genere. Ha difficoltà a digerire perfino il gelato.

Una cosa che distingue questa gravidanza dalle altre: molto più che con le tue sorelle (con Daniele era esattamente l'opposto) la mamma è sempre stanchissima. Basta fare una passeggiata, uno sforzo o qualsiasi movimento, si stanca in un modo incredibile. Sarà utile verificare al momento della tua nascita se la mamma si sentirà improvvisamente vitale, ed in tal caso vorrà dire che c'era un conflitto ormonale nel suo corpo (o qualcosa del genere) per cui aveva bisogno di energia per due.

Siamo in montagna, dove abbiamo preso una casa per attenderti in pace. Quando nascerai avrai ancora una manciata di mesi per prendere aria buona ed iniziare la tua crescita in mezzo ai monti.

Oggi è il 26 aprile 1998, e, finito di scrivere andiamo a fare quattro passi.

 

Riprendo a scriverti dopo quasi due mesi. Oggi infatti è il 24 giugno 1998.

Non ci sono stati sostanziali mutamenti nella tua vita, se non che ingrandisci sempre più, e le dimensioni della pancia della mamma sono oramai molto imponenti.

All’ecografia della fine di aprile ha assistito anche Daniele, quasi a rinnovare una tradizione. Per vedere Daniele c’erano le sue sorelle.

All’inizio, la dottoressa che armeggiava sulla pancia ci mostrava dei particolari che a grande fatica individuavamo:_ guardi, questo è il cuore, e questo un rene… ecco i piedini che sono incrociati… ora si è girata a testa in giù …  ed io cercavo di seguire questi movimenti sullo schermo arrivando a capire qualche istante prima che il puntatore navigasse in altri luoghi.

Poi, forse perché la dottoressa ha capito che a forza di particolari ci riusciva difficile capire come era fatto l’insieme, ha fatto uno zoom indietro e ti ha mostrata a figura intera. Che sorpresa! Sembrava di poterti toccare. Era un’immagine chiarissima, e vedevamo perfettamente le mani, le braccia, le gambe e la testa. Uno spettacolo indimenticabile.

E stai benone.

Ora la mamma è in vacanza al mare. Siamo alla metà del settimo mese, e ci prepariamo ad abbracciarti. C’è già fermento per gli acquisti degli accessori… carrozzina, seggiolino e così via. Anche se quasi tutto ci è stato prestato dall’amica della mamma, ci sono cose che mancano, e se ne occuperanno le nonne.

Una nota interessante. Al mattino dormi fino a tardi, mentre la sera sei bella sveglia. Anche di notte ti fai sentire e spesso svegli la mamma. Questo ci fa capire che razza di vita ci aspetta…

La prossima visita ginecologica è il 4 luglio. Poi avremo l’ultima ecografia verso la fine del mese, e l’ultima visita ad agosto. Penso che se tutto funziona a dovere, dovresti nascere ai primi di settembre. Segno zodiacale: vergine.

A dire il vero, mi sembra poco utile sapere il segno zodiacale del giorno in cui esci all’aperto. Credo che il momento del concepimento sia molto più importante. E’ in quel momento che hai subito gli influssi astrali. Se tutto questo è vero, naturalmente. E non ci giurerei.

 

In queste poche pagine, il tempo si trasforma in righe, e dall’ultima riga a questa sono trascorsi due mesi e mezzo. Siamo arrivati a pochi giorni dal termine di questa avventura, e tu sei ormai una presenza imponente nella figura della mamma.

Ne sono successe di tutti i colori.

Il quattro luglio ti abbiamo vista in tutte le posizioni. Era il giorno prima di partire per le vacanze in montagna, e, nel reparto dell’ospedale di Cernusco dove si suppone che nascerai, abbiamo trovato personale carinissimo. Un dottore molto disponibile che ci ha spiegato ogni particolare di quei movimenti che intravedevamo sul monitor. Ti abbiamo vista di profilo, abbiamo controllato tutti i tuoi organi interni. Tutto a posto. La colonna vertebrale, che probabilmente tutta insieme non vedremo mai più, ci è parsa poco più articolata di una lisca di pesce. Ma che pesce!

Dopo quell’ecografia, tutto è sembrato nella norma e siamo partiti. Quest’anno per non rischiare di farti nascere in anticipo per lo stress, abbiamo scelto di fermarci nella nostra casetta di Margno.

Il quindici luglio, a metà della vacanza, siamo tornati a Cernusco per far controllare la mamma.

Neanche a farlo apposta, con tutti i tuoi movimenti hai provocato una dilatazione nell’utero di tua madre, e c’è una minaccia di parto prematuro. Subito la dottoressa ha dato una medicina a tua madre, con la funzione di tenerti ancora un paio di settimane. Infatti, se fossi nata prima della trentacinquesima settimana,  avresti avuto problemi.  E ti assicuro che la medicina che ha preso la mamma era veramente terribile.  La faceva stare male, con nausea, tachicardia e vertigini.

Ed il risultato? Fantastico. La tua gabbia tonda si è talmente rinforzata che ora non accenni neppure a mettere fuori il naso.

La dottoressa che ha visitato la mamma al ritorno (abbiamo dovuto anticipare la fine delle vacanze, per i problemi della gravidanza) ha previsto il parto entro il 25 di agosto.

Previsione sbagliata. Hai passato indenne quella data, e continuando a dare calci e pedate a tua madre, (pensa che lasci il segno ogni volta che ti muovi! ) stai navigando felicemente verso il termine della gravidanza.

Ora il tuo peso è imbarazzante. Hai superato i quattro chili, e la dottoressa ha provato a suggerire ai dottori di farti nascere un po’ in anticipo. Basta una punturina, e la mamma non deve soffrire più del dovuto.

Niente da fare. I dottori non vogliono anticipare il parto. Ci aspettano il 7 settembre per verificare le tue dimensioni.  Se risulterai troppo grossa, interverranno con il taglio cesareo. E nascerai in modo assolutamente indolore (per te).

Ogni sera c’è il toto-Valeria. Andiamo a dormire con la valigia pronta, e ci chiediamo se al risveglio la pancia sarà ancora al suo posto.

Ieri sera (1 settembre), i dolori sono stati più forti del solito, ed abbiamo trascorso una notte nelle preoccupazioni. Sembrava che tu spingessi per uscire, la tua testolina spingeva verso il basso. Ma nonostante tutte le tue grandi manovre, non c’è stato seguito.

Dobbiamo ancora aspettare qualche giorno. Ormai è questione di poco e ti abbracceremo. Non ne vediamo l’ora.

Il comitato d’accoglienza (con Daniele in testa e tutti i suoi amici) è in attesa trepidante. Tuo fratello è diventato un ragazzo importante, da quando può fornire notizie in anteprima.

Tutto il vicinato si affaccia alla finestra al mattino, sperando di vedere un fiocco rosa al nostro portone.

Niente da fare. Farai il tuo ingresso da prima donna, quando sarà il momento.

 

18 settembre.

Scrivo sul mio computer, mentre la musica di un clavicembalo accompagna il ticchettio dei tasti, e tu dormi nella carrozzina accanto a me.

Il meraviglioso miracolo si è manifestato esattamente una settimana fa, quando hai visto la luce all’ospedale di Cernusco, davanti agli occhi stupiti ed estasiati di medici ed ostetriche.

Ora ti racconto:

Ogni sera abbiamo aspettato le doglie, nella speranza che d’improvviso tu dessi il segno della tua volontà di venire alla luce.

Ma al mattino, ci guardavamo un po’ delusi, e riprendevamo la nostra giornata.

Quando siamo andati il 7 settembre alla visita prenotata da tempo, la ginecologa ci ha accompagnati dal chirurgo dell’ospedale, che ha visitato la mamma, ed ha proposto due soluzioni per venerdi 11.

Il parto cesareo, con un addormentamento parziale, oppure il parto indotto.

La mamma, dopo essersi consultata con me, ha deciso per la prima soluzione.

Ed ha fatto benone, visto le tue dimensioni!

Giovedì la mamma è entrata in ospedale per fare le analisi, e venerdì mattina alle 10.30 ha fatto il suo trionfale ingresso nella sala operatoria, con la sua enorme pancia che ti nascondeva alla vista.

Io ero accanto a lei, bardato come un chirurgo, con una cuffia sui pochi capelli, un grembiulone fino ai piedi, due sacchetti di plastica sulle scarpe e la mascherina che mi copriva bocca e naso.

Al momento dell’inizio, (erano le undici), l’anestesista ed il chirurgo si sono dati un’occhiata ed in pochi minuti, il tuo visino era all’aria aperta.

Quando ancora il corpo non era uscito dalla pancia della mamma, hai fatto uno strillo, ed hai salutato tutti i presenti.

Dopo pochi istanti (erano le undici e dieci), l’infermiera ti portava nella culla termica per la prima visita del pediatra.

Io ero sempre accanto a te, mentre lui tagliava il cordone ombelicale, e l’infermiera del nido ti dava una sommaria pulita.

Poi, avvolta in un gigantesco foglio di pellicola di alluminio lucida e lucente, facevi il tuo ingresso in società, come una principessa venuta dallo spazio.

Fuori dalla sala operatoria, le tue sorelle, tuo fratello e le nonne attendevano impazienti il tuo arrivo. Neanche a dirlo, si sono piazzate tutte dietro il vetro della nursery dove eri nel frattempo stata messa a riposare in una culla calda, in festosa contemplazione. Ogni centimetro del tuo corpo è stato scrutato ed accarezzato da dieci occhi . Le tue invidiabili misure, che hanno mandato in visibilio medici ed infermiere. Quattro chili e cinquecentosettanta grammi di peso, per cinquantaquattro centimetri e mezzo. La placenta, che ti ha alimentato per tutta la vita nella pancia della mamma, era grossa e pesava ben un chilo e trenta grammi. Hai capelli castani (tanti) ed occhi chiari (ma questo non dice niente, visto che li hanno tutti i neonati). Hai già le unghie delle mani lunghe ed affilate, e ti sei graffiata sul viso.

Prima di concludere il racconto della tua nascita, ti dirò che hai una coetanea. Si chiama Samantha Brambilla, ed è nata mezz’ora prima di te. La sua mamma, Paola, è stata operata prima della tua, e la tua collega è arrivata al mondo poco prima di te. Il suo peso? Due chili e mezzo.

 

Sei arrivata a casa, dopo un soggiorno di cinque giorni in ospedale, il giorno 17 settembre, e la prima notte è passata tranquilla. Hai dormito come un ghiro, come anche tutto il giorno che è seguito. Ti preoccupi solo di mangiare (e tanto!) e dormire. Bene, vai avanti così, piccola Valeria!

 

 

 

 

 

 

di chicco52, 17:02
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• lunedì 25 dicembre 2006

GLI AVOCADOS

 

 Partimmo dall’aeroporto di Lod il mattino all’alba. Avevamo lasciato la piccola vettura noleggiata, in un largo parcheggio scarsamente illuminato, ed avevamo corso con i bagagli fino al banco di check in del nostro volo. In una valigia riposavano alcuni avogados, regalo dei cugini di Haogen per i cugini di Milano. All’interno degli avogados, il loro nocciolo custodiva gelosamente il seme della vita futura, che per via aerea, andava ad insediarsi in una terra lontana, a ripetere il meraviglioso incantesimo della natura che partorisce se stessa.

Ma due tra i grossi frutti avevano un piccolo segreto. Avendo sostato per qualche ora nella stessa stanza dove due fratellini giocavano e chiacchieravano tra loro, senza che nessuno se ne accorgesse, avevano assorbito dai ragazzi una goccia di vitalità, e l’avevano nascosta all’interno del loro grosso seme.

I grossi frutti verdi videro nuovamente la luce del sole nelle case, sulle tavole dei cugini milanesi, delle zie e delle loro famiglie. Ma due avogados  adagiati su di un piatto da portata erano rimasti in casa nostra, e Luisa li avrebbe tagliati per far gustare ai figli il piatto speciale imparato da Miri a Givat Brenner. Chi avrebbe mai immaginato che i due frutti rimasti da noi fossero proprio quelli che custodivano la goccia di vitalità di Urià e di Ido?

Al termine della cena, due grossi noccioli, lavati e ben ripuliti, avevano trovato posto, per metà immersi nell’acqua, in due diversi bicchieri. Di giorno in giorno, vedendoli illuminati dalla luce che entrava dalla finestra di cucina, tutti attendevamo che ci dessero segnali della loro vitalità.

Le settimane trascorsero, con i noccioli sempre immobili, lambiti dall’acqua. E poi i mesi.

Sapevamo che il far nascere dei frutti di avogado nelle fredde terre del nord sarebbe stato pressoché impossibile, ma almeno vedere germogliare le foglie, forse sarebbe stato possibile.

In uno dei due noccioli, si aprì dapprima una leggera feritoia, come se una lametta vi avesse affondato per un poco. L’altro nocciolo era sempre immobile. Col passare dei giorni, quello che pensavamo fosse un inizio di un processo di decomposizione, ci sorprese. La piccola fessura divenne sempre più grossa, finché un mattino vedemmo apparire una piccola testolina rossa dalla lunga e profonda ferita nel nocciolo. Dal seme piccolo, quello del frutto che aveva assorbito una goccia di vitalità di Ido, stava nascendo una piantina.  L’altro nocciolo restava nel suo bicchiere senza muoversi neanche un pochino. Immobile, come fosse insensibile al richiamo della natura.

 

La piantina di Ido iniziò a farsi strada nella stretta fessura all’interno del nocciolo, sfondando la polpa tenera e persino quella più tosta che ripara con la sua corazza il cuore della piantina che deve nascere. Ormai Ido era saldo e forte, e non temeva l’aria aperta. Non si sarebbe piegato neppure un po’ al vento gelido del nord. Avrebbe custodito i segreti della casa, ed ogni tanto avrebbe sognato la terra lontana, quell’albero da cui proveniva, le cui radici erano immerse nel caldo terreno di Israele.

Il nocciolo più grosso stava nel vaso accanto, e Ido si domandava spesso se fosse stato proprio quello il frutto in cui la goccia di vitalità di suo fratello Urià era andata a nascondersi. Certo, anche Urià era un po’ pigro alle volte, ma era proprio ora che se ne uscisse all’aperto. Ido si sentiva un po’ solo su quello scaffale di cucina davanti alla finestra: dopotutto, era il fratellino più piccolo! Se almeno l’altro seme si fosse aperto, avrebbe avuto qualcuno con cui chiacchierare, di notte, quando tutta la casa dormiva.

 

Guardavamo la pianticella che era uscita dal seme, e ci rallegravamo per la riuscita dell’impresa. Peccato che un nocciolo non ce l’avesse fatta, ma almeno in un caso avremmo avuto una pianta di avogado sul terrazzo di casa.

Con il caldo dell’estate, la piantammo in un grosso vaso, e la ponemmo all’aperto, in pieno sole, per non farle rimpiangere il tepore del suo paese d’origine.

Durante l’estate, riscaldato da un sole prepotente e bagnato frequentemente dall’impianto di irrigazione automatica che non si dimentica mai di accendersi in orario, il seme immerso nella terra, si trasformò in mille filamenti ed in un unico tronco che si faceva largo tra le zolle di terra per uscire all’aperto.

 

Ido, nascosto sotto un velo di terra con il suo guscio ormai rotto, si stava proprio stancando di restare al buio. Voleva ad ogni costo buttare un occhio in giro, ambientarsi, scoprire se attorno al suo vaso c’era qualche bella begonia da corteggiare.

Dell’altro seme, nessuna traccia. Peggio per lui, non sa cosa perde, pensò il germoglio Ido mentre si faceva largo tra la terra a colpi di testa.

 

Dopo che la pianticella fu messa a dimora nella terra, dell’altro seme non sapevamo proprio cosa fare. Dopo avergli cambiato l’acqua regolarmente per molti mesi, e non vedendo alcuna reazione, pensammo che quel nocciolo non avrebbe ripetuto il miracolo del suo simile, e lo abbandonammo in mezzo ad un mucchio di vasi rotti, rami secchi e di piantine morte, fuori, nel terrazzo della cucina, in attesa che la donna delle pulizie lo buttasse nella spazzatura.

E là restò per molto tempo, in quanto la donna era in vacanza, e non sarebbe tornata che alla fine di Agosto. Buttato sui cocci di un vaso, esposto ai violenti temporali d’estate, ed ai cocenti raggi del solleone, il nostro seme non dava alcun segno di vita. Sempre più secco, chiuso in se stesso voleva custodire ad ogni costo il suo segreto. 

 

Nel frattempo il germoglio Ido era diventato una bella pianta, il cui fusto dava il buongiorno a tutta la compagnia del terrazzo a sud della casa. Dalla propria sommità erano uscite come d’incanto alcune foglie lunghe e verdi. E seguitavano ad uscirne.

Quelle più anziane si riparavano all’ombra delle giovani, di un verde più tenue. Una larga foglia, decana di tutto il gruppo, un giorno volle fare una smargiassata e mostrare a tutte le sorelle che non temeva il muro accanto. Per quanto grigio e rugoso, lei ci si sarebbe appoggiata con tutto il suo peso e lui si sarebbe dovuto muovere di là. Ma il muro era troppo caldo, e la foglia si bruciò la punta, che si accartocciò su se stessa, diventando di colore grigio topo. Le sorelle sorridevano divertite. “Ben ti sta, sorella anziana,  chi troppo vuole, nulla stringe!” mormoravano l’una all’altra. E lei, offesa e risentita, brontolava guardando le sorelle dei piani alti: “chi troppo in alto sal, cade sovente … precipitevolissimevolmente!”.

 

Al ritorno dalle vacanze estive, quando Luisa si avvicinò al mucchietto di cocci ed immondizie per buttare ancora qualcosa, si avvide che dal grosso seme adagiato su di un fianco, pendeva uno strano filamento. Si avvicinò curiosa, pensando si trattasse di un filo di paglia che il vento aveva portato da chissà dove.

Dalla mia poltrona dove raggomitolato schiacciavo il pisolino pomeridiano, sentii un urletto provenire dal terrazzo della cucina. “Chicco! Vieni, corri a vedere!” . Mi alzai e corsi in direzione del richiamo. Luisa teneva in mano il seme di avocado, che si era incrinato, ed aveva lasciato uscire dal suo interno una lunga e buffa coda. “E’ vivo! “ gridammo all’unisono.

Seguì una serie di gridolini di soddisfazione, all’indirizzo di madre natura che in casa nostra è sempre stata tanto generosa.

 

Il seme di Urià aveva nuovamente trovato posto sul mobiletto della cucina, nel suo vecchio bicchiere riempito di acqua, e pian piano lasciava che il suo buffo codino si attorcigliasse nel liquido, poi si riempisse di strani filamenti che lo adornavano meravigliosamente, e giorno dopo giorno, apriva sempre più il suo ventre per lasciar posto alla pianticella che racchiudeva.

 

Passate le settimane, il seme di Ido era diventato una bella e grossa pianta, e le foglie più alte guardavano spesso in strada. Il tempo per loro trascorreva litigando con gli insetti dispettosi che solleticavano le loro pagine ed attendendo il ritorno di tutta la famiglia. Quando, a notte fonda, tutte le macchine erano posteggiate in fila accanto alla cancellata di casa, era ora di riposare, le tenere foglie si lasciavano cullare dalla brezza della notte, mentre le stelle si accendevano silenziose nel cielo nero come la pece. Il giovane seme credeva che il suo compagno di viaggio fosse stato uno stupido nocciolo senza futuro, e si era ormai rassegnato a trascorrere la propria vita da solo, in mezzo a tanti fiori estranei, dai colori chiassosi e dalla vita breve.

Quando, finita l’estate il grande vaso che ospitava la pianta rigogliosa fu trasportata in casa, davanti alla luminosa finestra della sala da pranzo, il seme Ido fu contento del tepore che gli giungeva dal vicino calorifero. Avrebbe potuto gettare altre foglie, lontano dal vento gelido dell’inverno, per prepararsi ad una tiepida primavera  sul balcone.

Una notte, quando tutti gli abitanti della casa si ritirarono nei loro letti per dormire, il seme Ido sentì una vocina giungergli da poco lontano. Dapprima sussultò per lo stupore, e tese tutte le sue foglie verso quel leggero suono, per capirne la provenienza. Poi udì nuovamente quella voce sussurrargli qualcosa nella sua lingua. “Ido, ci sei? Mi puoi sentire?” diceva quella vocina trasportata da un filo di corrente d’aria proveniente dalla cucina. “Sono qui! Ma tu, chi sei?” chiese il nostro arbusto agitando le foglie più giovani. “Sono io, il seme Urià!”.

Grande fu la gioia della tenera pianta che non si sentiva più sola. “Dove sei stato, tutto questo tempo, pigrone che non sei altro!”

“Ho riposato un po’. Non è proprio facile uscire allo scoperto da questo grosso involucro che mi racchiudeva. Ora sono uscito all’aria aperta, e sto gettando ben quattro ramoscelli. Vedrai che sorpresa, quando Luisa mi vedrà!”

Da quel momento, le notti trascorsero in un battibaleno, e i due non attendevano altro che la famiglia si ritirasse per chiacchierare tra di loro della loro magnifica terra, e di tutto ciò che avevano lasciato.

 

“Corri, Chicco, vieni a vedere!” gridò Luisa dalla cucina. Attraversai di corsa la sala da pranzo, e mi precipitai in cucina per raggiungere mia moglie. Era davanti al grosso seme, che da due opposte fessure, aveva lasciato uscire quattro robusti germogli. “Chissà che pianta magnifica verrà fuori da questo seme! E pensare che l’avevamo creduta ormai secca!”

Il tempo, questo grande compagno della nostra vita, aveva giocato con noi, e ci aveva insegnato ad attendere. Prima o poi, se questo è scritto nel grande libro della vita, ogni seme darà i suoi frutti. Bisogna soltanto aspettare.

 

I due semi fratelli parlavano tra loro ogni notte, e si raccontavano le vicende della giornata. Stavano bene attenti a non fare troppo rumore, perché altrimenti il loro segreto sarebbe stato svelato.

“Urià!” disse Ido dal suo vaso. “Che succede?” Rispose Urià dal suo bicchiere.

“Credi che i due fratellini in Israele sentiranno la mancanza della goccia di vitalità che abbiamo portato con noi in Italia?”

“Credo proprio di si!” Ridacchiò Urià muovendo tutte le radici.

“Ma quale problema avranno, senza di noi?” chiese Ido con curiosità al fratello più grande che certamente sapeva tante cose.

“Penso che avranno qualche problema ad esprimersi. E pensare che noi chiacchieriamo tutta la notte! E se avessimo anche le mani, potremmo anche scrivere un mucchio di cose!”

“Ma riusciremo a ricongiungerci a loro, un giorno, tanto da far tornare loro la facilità di parola?”

“Penso proprio di si! Una notte in cui tutt’e due ci troveremo sul balcone, ci aggrapperemo ad un soffio di vento e ci faremo trasportare nuovamente ad Haogen. Vedrai che divertimento pazzo, sarà per noi! E quando ci ricongiungeremo ai fratellini, se ne sentiranno delle belle! Vedrai che cominceranno a chiacchierare e non smetteranno più!”

“Ma non pensi che qui a Cernusco la famiglia sentirà la nostra mancanza, quando ce ne saremo andati?”

“Forse un po’, ma non per tanto tempo!”

“E perché?” Domandò nuovamente Ido, sempre più incuriosito.

“Ti rivelo un segreto. Lo sai che io ascolto sempre le chiacchiere di tutta la famiglia. Non ho altro da fare, tutto il giorno! Beh, sai cosa ho sentito, proprio ieri?”

“Parla, dài, non farmi rimanere..sulle spine!”

“Ho notato che da qualche giorno Luisa era un po’ troppo nervosa. Veniva a consultare il calendario che si trova proprio accanto a me, anche tre volte al giorno. E poi contava sulle dita, e riguardava il calendario. E quando proprio tutte le dita non le bastavano più per contare, chiamò Chicco, che come sempre russava sulla sua poltrona. Ho pensato, vorrà chiedergli in prestito anche le sue dita! E invece no! Sai cosa gli ha detto?”

“Oh, allora! Mi vuoi proprio incuriosire! Parla, raccontami tutto!”

“Gli ha detto che doveva fare un test!”

“E cos’è un “test”?

“Ti giuro che non lo so. Ma deve essere qualcosa di veramente strabiliante, perché Chicco si è alzato in piedi ed ha cominciato a camminare avanti e indietro come se fosse in gabbia.”

“E poi, l’hanno fatto il test?”

“Certo! La mattina successiva, proprio mentre stava per alzarsi il sole, sono arrivati tutt’e due con un bastoncino bianco in mano. Avevano un’aria! Sembrava che avessero ricevuto una scossa elettrica!”

“Ma erano contenti o arrabbiati?”

“Felici come due bambini! Si sono abbracciati, ed hanno cominciato a parlare di un bimbo che nascerà tra otto mesi.”

“Vuoi dire che avranno un altro figlio?”

“Si, mio caro. Ecco perché non si accorgeranno neppure quando il vento ci riporterà in Israele! Una nuova vita è nascosta nel ventre di Luisa, e presto comincerà a farsi sentire!”

“Beh, ora sarà meglio starcene un po’ tranquilli. Luisa si alza in continuazione, e non vorrei che ci sentisse parlare. Questa deve essere una casa magica! Tutti i semi diventano frutti, prima o poi!”

“Buonanotte, fratellino. Dobbiamo fare i preparativi per il grande volo. Non ti dimenticare che la primavera è vicina, ed il vento che spira verso sud non si farà attendere molto!.

 

 

 

 

 

 

 

di chicco52, 17:00
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• lunedì 25 dicembre 2006

AGENORE

Il guidatore della prima vettura, che percorreva la statale ad una velocità molto sostenuta, si accorse dell'ostacolo soltanto all'ultimo istante, ed accennò una brusca frenata che provocò una sbandata sull'asfalto lucido. Le altre macchine che seguivano frenarono subito, senza che i conducenti potessero accorgersi del motivo di quell'arresto. Solo passando accanto a quel grosso involucro di cartone, compresero e proseguirono senza più preoccuparsene.

Lo scatolone restava proprio in mezzo alla carreggiata mentre tante altre macchine sfrecciavano ai suoi lati.

La luce del primo mattino consentiva di leggere la scritta "alto" posta sul fianco più largo del cartone, mentre il vento insistente non riusciva a spostarlo di un millimetro dalla sua posizione.

Nessuno si accorse che al lato della strada, un uomo piccolo con un bastone in mano, certamente ricavato dal ramo spellato di un albero ( lo dichiaravano le contorte nodosità che lo facevano apparire più un sostegno per alberi da frutta che un appoggio sicuro per due gambe instabili) attendeva trepidante che il traffico scemasse per correre in soccorso di quell'ingombrante sorpresa.

Era fermo in quella posizione da molto tempo, da quando, sceso per la stradina che conduce al suo riparo per la notte, era giunto sulla Statale ed aveva appena fatto in tempo a vedere, nel chiaroscuro dell'alba, un furgone che, dallo sportello posteriore aperto, aveva lasciato cadere a causa di uno zig-zag improvviso, quel grosso oggetto scuro.

Agenore si era ben guardato dal richiamare l'attenzione del guidatore del camioncino su ciò che aveva abbandonato dietro di sé. L'aveva lasciato proseguire nella sua corsa.

"Peggio per lui " sibilò tra i pochi denti rimasti. "Un'altra volta ci starà più attento. Ora quel 'coso' è mio."

Ma da quel momento, non c'era stato neppure un attimo di calma. Tutti quei forsennati che si erano appena alzati e che correvano al lavoro, tutti in fila nelle loro scatolette colorate, la radio accesa con la musica del mattino.

"Quanti scemi messi in fila! " ridacchiò Agenore. Per lui, il lavoro era un ricordo molto lontano, e certamente non un bel ricordo.

Da ragazzo aveva provato a far qualcosa, su insistenza della madre. Due giorni da un fruttivendolo a portar in giro le cassette di frutta e verdura. A suonare campanelli, a caricare cassette sul ripiano posto sulla ruota davanti della bicicletta, ad arrancare per le strade in salita. E poi a fermarsi per guardare gli altri andare in spiaggia, a sognare di fermarsi a sbirciare i clienti dei bar. Non era cosa per lui, il lavoro. Niente a che vedere con quei meravigliosi pomeriggi a camminare nel bosco, per sentire la natura sulla pelle, nelle orecchie, sul suo corpo.

La mamma era sola, con una pensione sufficiente per due. E non c'era proprio ragione che uno dei due facesse tanta fatica per portare a casa altri soldi.

"I soldi sono veleno" sentenziava Agenore nei suoi lunghi discorsi al gatto. L'unico che aveva la voglia e la pazienza di ascoltarlo. Ma spesso anche il gatto ne aveva abbastanza e lo lasciava lì, raggomitolato nel suo angolo coperto, nell'unico punto in cui qualcuno aveva pensato di costruire un piccolo ponte per scavalcare un ruscelletto quasi sempre asciutto.

La mamma era vissuta molto a lungo, e con lei la sua pensione. Il funerale era stato a carico del Comune, e Agenore non c'era neppure andato. "Anche lei è finita nella sua scatoletta." Era stato il suo unico commento.

Per Agenore, il mondo era fatto di scatole. Aperte, chiuse, rotte, colorate, grandi, immense, minuscole. La natura, solo lei, non aveva creato delle scatole. Spazi immensi colori magnifici, rumori affascinanti. Ma neppure una scatola. Quella dei contenitori era la mania degli uomini, che hanno sempre avuto il bisogno di chiudere, circoscrivere, limitare. E Agenore aveva deciso che lui non l'avrebbe accettato. Niente scatole, niente limiti. Per camminare, i piedi nudi andavano benone. Per vestiti solo stracci senza bottoni.

Ma qualche volta, a lui le scatole facevano comodo, per scoprire nuove cose, per capire, per giocare.

E quella scatola in mezzo alla strada era la sua scatola. Con tutto il suo contenuto misterioso, sfuggito a quel mondo programmato che viveva sempre al limite del collasso.

Le macchine sfrecciavano senza un attimo di respiro, e Agenore proprio non se la sentiva di fare una corsa per afferrare quel grosso involucro. Le gambe non erano tanto ferme, e le braccia ... quelle avrebbero sopportato la fatica di sollevare un piccolo pacco, con slancio. Non certamente un 'coso' di quelle dimensioni.

" E' certamente molto pesante, se anche i camion in corsa non riescono a spostarlo. Aspetterò ancora un po'. Finirà questa dannata processione. C'è sempre un momento in cui sono tutti al loro posto di lavoro, e la Statale resta silenziosa."

Fermo sul ciglio della strada, con gli occhi puntati sul suo "tesoro", Agenore non sentiva la stanchezza nè si accorgeva che le nuvole erano scivolate all'orizzonte, lasciando il sole scintillare in un cielo blu cupo.

Ad un tratto, un improvviso silenzio. Nessuna macchina in arrivo, nè da una parte nè dall'altra. Era giunto il momento.

Agenore sentiva l'emozione delle grandi occasioni, e trionfalmente mosse verso il cartone. Giunse nel mezzo della strada e lo guardò con ammirazione.

"E' bello, perfettamente chiuso. Una lieve ammaccatura dovuta alla caduta, ma sicuramente il contenuto non ha subito alcun danno" disse ad alta voce.

Provò a spingerlo con il bastone, ma non ci fu risultato. Allora si chinò e spingendo con tutte le sue forze, riuscì a metterlo in piedi, sul lato largo. Poi lo spinse verso il lato della strada da cui era venuto, mentre alle sue spalle era cominciata nuovamente la processione delle macchine. Fu un problema  sollevare il cartone per fargli superare il gradino del marciapiede. Decise di farlo rotolare, perchè non c'era più tempo.

"Eh, un momento! " gridò Agenore alla fila di vetture che sembrava volerlo travolgere.

Una volta portato sul marciapiedi, il cartone si rivelò in tutta la sua grandezza. Messo all'impiedi raggiungeva quasi la spalla dell'omino che cercava di sorreggerlo. La larghezza era molto maggiore di tutto il suo corpo. Quanto alla profondità, era ben più grande del palmo di una sua mano.

"Ora ti porto a casa!" comunicò Agenore all'ingombrante involucro marroncino. E con grande fatica, iniziò a spingerlo, poi a tirarlo, quindi a farlo rotolare fino all'angolo della strada dove si fermò per prendere fiato. Il sole era sparito e nuove nuvole scure minacciavano pioggia.

"Non c'è tempo da perdere" pensò l'uomo mentre riprendeva la sua fatica. Scorse al lato della strada un grosso sacco di plastica abbandonato in mezzo ai rifiuti. Appoggiò il cartone al marciapiede, e senza perderlo un attimo di vista, prese la plastica e la dispose in terra. Quindi coricò lo scatolone su di un fianco, stando bene attento ad appoggiarlo proprio sulla plastica che avrebbe fatto da slitta. Poi riprese il cammino, in una buffa posizione. Curvo quasi fino a terra, con un braccio tirava la plastica che portava con sè la scatola, tenuta in piedi dall'altro braccio.

Un cane randagio che passava annusando i bordi della strada, si fermò perplesso a guardare quella strana processione. Poi, guardingo, si avvicinò al cartone e lo annusò camminando al passo.

"Tu magari hai già capito cosa contiene, eh! Adesso basta, però. Va' via che lo rovini. Me lo sporchi tutto! Sciò, vai, vai!" il cane si fermò un attimo. Vide allontanarsi Agenore con il suo fardello, e si accucciò in mezzo alla strada.

Quando fu quasi a metà della salita, l'uomo si accorse che stava piovendo. Allora si fermò, lasciò la plastica in terra ed appoggiò la scatola sul lato largo, facendola restare in equilibrio. Poi si tolse la giacca e la dispose sopra l'involucro per ripararlo dall'acqua. Si accorse che non era sufficiente, anche allungando le maniche su tutta la superficie, e decise di togliersi anche la camicia. Rimase a torso nudo, mentre i suoi stracci penzolavano dal cartone.

La pioggia insistente bagnava i capelli lunghi e grigi, e scendeva sulla barba incolta. Le spalle magrissime erano rigate di nero, così come il petto, scavato ed ossuto.

Riprese il cammino. Mai quella salita era stata tanto lunga e faticosa, neppure quella volta che aveva dovuto correre come un pazzo per sfuggire ai coltelli di un gruppo di teppisti che volevano divertirsi con lui. Li aveva seminati, e nessuno era arrivato a difenderlo.

La gente ignorava Agenore, almeno quanto lui ignorava loro. Era sempre stato molto diffidente nei confronti degli abitanti di quel posto. Tutti presi dal loro lavoro, dall'apparenza dei modi e degli abiti. Ma lui lo sapeva che dietro quelle finestre chiuse c'erano storie squallide, fatte di paure e rabbia, di invidie e tradimenti.

D'inverno, nelle giornate buie e fredde con il vento gelido che spazza le onde del mare, loro stanno chiusi nelle loro scatole, a contare i soldi, a lamentarsi che non ce n'è mai abbastanza, a guardare di nascosto nelle case degli altri per scoprire qualcosa da criticare. Ed a fingere di essere diversi sapendo di essere tutti uguali.

Quanto a lui, si limitava a guardarli. Loro lo evitavano, lui li guardava vivere. E tornava nel suo angolo. Un fuoco acceso di notte, fino all'arrivo del sonno, stoffe, cartoni, stracci, giornali. Tutto il necessario per coprirsi. Ed il mangiare non era mai un problema. Le pattumiere erano sempre piene di cose buone. Loro, gli altri, mangiavano male, buttavano tutto. Carne cruda, cotta, verdura, frutta. E pane, quanto pane! Il vino no, quello non lo buttavano mai. E neppure i liquori. Quelli servono per non pensare.

Neppure il Comune si era mai preso cura di lui. Qualcuno ci aveva provato, ma senza risultato. Era stato il prete a suggerire di intervenire. Lui, don Lucio un prete di mezz'età, venuto da una cittadina del sud, l'aveva cercato, gli aveva parlato. L'aveva invitato in chiesa, gli aveva offerto un piatto di minestra. Chissà come doveva sentirsi appagato nella sua missione, ora che aveva trovato un derelitto da salvare. Ma non aveva avuto successo. Agenore era refrattario a qualsiasi lusinga, niente l'avrebbe potuto allontanare dal suo modo di vivere. Era felice così. Dopo la morte della mamma, non era più tornato in quella casa dove l'aveva trovata sul pavimento, con gli occhi aperti ed immobili ed un piatto vuoto e rotto in una mano.

Quel giorno, aveva scavalcato il suo corpo, era entrato nell'unica camera da letto, l'aveva guardata per un attimo e poi, ripercorso lo stesso tragitto era uscito all'aperto lasciando la porta spalancata dietro di sè. Qualcuno avrebbe trovato sua madre, e l'avrebbe messa nella sua scatola per sempre.

Il giorno dopo, i carabinieri erano entrati nel bosco per cercarlo. Gli avevano rivolto qualche domanda, alla quale Agenore non aveva risposto. Aveva solo detto quella frase sulla scatola, che li aveva lasciati sbigottiti, senza parole. Il più giovane di loro aveva fatto un passo indietro, come spaventato da tanto cinismo, e lo aveva guardato a lungo. Per lui, così legato alla famiglia lontana, era una bestemmia parlare della madre in quel modo. Neppure una lacrima, neppure una parola di compianto.

Avevano fatto un funerale in fretta, senza un fiore, senza un corteo. La scatola della mamma era di legno grezzo e chiaro, come aveva visto dal bosco mentre due uomini la caricavano sul furgone del Comune. Poi un uomo aveva chiuso quella porta che Agenore non riaprì più. Le poche cose che la casa conteneva erano state portate via di notte dagli uomini mandati dal Comune. E la sua casa era diventata il bosco. Una casa grande, piena di colori. Fiori d'estate, foglie secche e muschi d'inverno.

Dopo la visita del prete, erano venuti i carabinieri con un impiegato del Comune per spiegargli che non era consentito vivere così, che non era decoroso, che doveva trovarsi una casa, un lavoro. Lo avrebbero aiutato, gli sarebbero stati vicini. Ma lui li aveva guardati in silenzio, giocando con il suo coltellino tascabile ad incidere la corteccia di un ramo secco. E loro se n'erano andati senza più tornare. Era stato dimenticato. Per qualche tempo, quando scendeva in paese, la gente lo guardava con disprezzo. I bambini lo chiamavano "il selvaggio" e lo scansavano perchè odorava di selvatico. Poi si erano abituati. Qualcuno, forse per dar pace ad una coscienza rigorosa, buttava nel secchio dell'immondizia all'angolo della strada del cibo ancora buono. Forse era stata qualche vecchietta, per rispetto alla memoria di sua madre, che in tutta la vita non era stata capace di comprendere quel figlio strano.

Poi anche quello era finito. Il bosco era sempre più piccolo, ed Agenore era silenziosamente sceso in paese. Non in centro, naturalmente. Ai margini, dove scorreva il piccolo ruscello che portava l'acqua del bosco. E sotto il ponte aveva stabilito il suo domicilio. Fatto di niente, ma che per lui era "la casa".

In cima alla salita il pacco s'era fatto pesante come un macigno. Il bastone appoggiato sulla plastica non era stato d'aiuto, perchè tutt'e due le mani erano occupate a tirare quel peso.

Di lontano l'uomo vide il suo ruscello, con il ponte che lo scavalcava, e se ne rincuorò. Intanto la pioggia non scendeva più e una brezza spingeva le nuvole facendo rabbrividire il corpo scheletrito di Agenore.

Fece l'ultimo sforzo, e dal viottolo sterrato che conduceva sul greto del fiume, l'uomo fece scivolare il cartone frenando la sua corsa con il corpo e con le gambe. Giunto in prossimità del suo rifugio, alzò gli occhi e scrutò il panorama attorno. Nessuno l'aveva seguito, anche se sentiva su di sè lo sguardo curioso dei vicini. Dietro quelle finestre -ne era certo- c'erano molti occhi che attendevano il momento dell'apertura del contenitore. Gustando il momento di celebrità, tolse dapprima la camicia fradicia di pioggia e la appoggiò in terra, al riparo. Poi prese la giacca che seguì la camicia. Quindi, con gesti calcolati, spostò il cartone sotto il ponte, lontano dagli sguardi famelici.

Aveva un gran freddo, nonostante la stagione estiva, e pensò di dar fuoco al suo bastone, dopo averlo spezzato sotto i piedi. Un accendino colorato quasi vuoto appiccò la fiamma ad un pezzo di carta di giornale, su cui pose il legno. Il primo tentativo fallì. La fiamma si spense ed il foglio di carta mezzo bruciacchiato servì di supporto ad un altro pezzo di giornale che questa volta si incendiò bene. Il legno iniziò a bruciare fumando un poco, ed Agenore aggiunse su quella fiamma alcuni pezzetti di corteccia che aveva trovato in terra.

Accanto al calore del fuoco l'uomo sedette a riposare, scrutando il suo regalo. Si accorse di un'etichetta chiara posta sul lato lungo, e provò a leggere. Erano tutte sigle e numeri. Niente che chiarisse il contenuto. Non restava che aprire la scatola e guardarci dentro.

Mentre pensava al modo migliore per aprire, Agenore sentì dentro di sè una strana inquietudine. Non se la sentiva di svelar subito il segreto. L'avrebbe aperta più tardi, o forse domani. Per il momento sarebbe restato accanto a lei a riposare ed a farla riposare.

Il gatto apparve dopo qualche ora. Sbucò silenzioso dal folto dell'erba e si acquattò accanto alla brace del bastone oramai tutto bruciato. Il suo amico si era addormentato senza rivestirsi, ed abbracciava uno scatolone gigantesco.

Quando la notte divenne più fresca, l'uomo si svegliò infreddolito. Indossò camicia e giacca (che non si erano affatto asciugati, ma non aveva altri indumenti) e, dopo aver dato una lunga occhiata al suo tesoro, si rimise a dormire.

Quella notte ebbe un incubo. I suoi vicini, usciti di casa durante la notte, lo avevano circondato e gli avevano rubato il suo cartone. E lui, nudo e infreddolito li rincorreva per la strada senza riuscire a gridare. Un cane enorme gli sbarrava la strada e gli sembrava che ridesse nel metterlo in difficoltà. In fondo alla discesa, la mamma raccoglieva il piatto rotto e lo ricomponeva mentre saliva verso di lui ignorandolo.

Si svegliò di soprassalto e si accorse di tremare. Aveva la febbre alta, ma il suo scatolone era là, al suo posto. L'alba era vicina, ma Agenore non si volle alzare come tutte le mattine.

Era abituato a fare il giro dei cestini dei rifiuti prima che passasse il camion della nettezza urbana, ma quella mattina era troppo stanco per andare. E poi c'era il suo regalo. Se l'avesse lasciato, qualcuno sarebbe corso a portarglielo via. Non poteva rischiare. Decise di prendere tempo per pensare, e si distese nuovamente. Il gatto era già andato via e nell'aria si sentivano già i rumori della vita che riprende.

Aspettò che il sole si levasse e provò ad alzarsi in piedi. Era davvero troppo faticoso. E sicuramente non sarebbe riuscito a trascinare ancora quel peso impossibile per la discesa per poi risalire.

Riposò ancora. La febbre doveva essere altissima, ma non avrebbe mollato il suo cartone per andare a cercare da mangiare.

"Stasera, magari, se mi sentirò meglio" sussurrò a se stesso. E si addormentò.

Il suo sonno fu più tranquillo. Se qualche rumore lo svegliava, riusciva subito a riprender sonno, in quel pomeriggio d'estate.

Scese nuovamente la sera e poi la notte. Agenore non aveva toccato cibo nè acqua, e la febbre non accennava a diminuire. Il suo scatolone gli restava accanto, come una grande mamma di cartone. Lui lo accarezzava e sognava di scoprirne il contenuto. Una volta sognò che al suo interno c'era un immenso vassoio d'argento, scintillante al sole. In seguito immaginò che fosse pieno di cibo. Tanto cibo, di tutti i generi. Frutta, dolci, pezzi di carne già cotta ed ancora calda.

Rimase sveglio per qualche tempo. Temeva che nel sonno qualcuno venisse a rubargli la sua piccola fortuna. Ma gli occhi volevano chiudersi e la bocca arsa per la febbre, chiedeva almeno un po' d'acqua. Il ruscello era quasi secco, ma l'acqua era troppo lontana per raggiungerla con un braccio. Sfinito per i tentativi, si lasciò andare nel sonno più profondo.

Quella sera il gatto arrivò tardi. Fece un salto dal greto del fiume fin sotto il ponte, e si accoccolò accanto al suo amico. Provò a strusciarsi un po' contro il suo corpo freddo, ma Agenore non si mosse come faceva di solito. La mano restò immobile. La sua testa era appoggiata al grande cartone e nel silenzio della notte non si sentiva neppure il leggero sibilo del suo respiro.

Allora il gatto balzò sopra la scatola e cominciò a grattare per "farsi le unghie". Quando finì, decise che il posto era  caldo, l'ideale per fermarsi, e si addormentò acciambellato sul lato più stretto del cartone, accanto alla scritta "alto".

di chicco52, 16:50
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